Saitta: «Mollerei tutto per la mia famiglia. Canto per i ragazzi del Sud che difendono il diritto di sognare»
Ci sono vite che si snodano lungo una linea retta e altre che si muovono come le onde del mare tra due sponde. Christian Grasso, in arte Saitta, 26 anni, appartiene a questa seconda categoria. Il suo è un moto perpetuo tra la Sicilia e la Madonnina, una spola che è prima di tutto un viaggio dell'anima.
«Ho 26 anni, siciliano di Catania», racconta a Leggo. «Ho vissuto tre anni a Milano, da tre mesi faccio avanti e indietro. Ho cercato di mettere radici anche qui. Faccio il cantante e il video-maker. Ho sofferto tanto la distanza da Catania, anche perché nonna è venuta a mancare proprio quando mi sono trasferito. Un dolore enorme. I miei nonni materni sono stati quasi come dei genitori bis: mi hanno cresciuto».
Dietro quel nome d’arte, Saitta, si nasconde una promessa d'amore eterno, una vera e propria dichiarazione d'intenti e di appartenenza. «Saitta è il cognome di mamma, mi lega ai miei nonni materni. Salgo sul palco con tutta la mia famiglia. La musica è importante: ma per la mia famiglia mollerei tutto. Faccio il videomaker: a Milano guadagnavo bene, ma sono tornato a Catania per ricostruire la mia vita e non avere rimorsi».
L’inizio della carriera musicale
Per capire da dove nasca l'urgenza espressiva di Saitta bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino a un anno che ha cambiato tutto. È il 2007, Christian ha appena 7 anni e la vita decide di presentare un conto troppo salato per un bambino. «Quando a mamma hanno trovato un tumore alla testa stavo malissimo. Sono sempre stato un "mammone" e in quel periodo abitavo con i nonni, non andavo neanche a scuola. Era febbraio, il periodo di Sanremo. Mia nonna era una fanatica del Festival e, per farmi stare meglio visto che parlavo pochissimo ed ero molto timido, me lo face guardare. Lì mi sono innamorato della kermesse: vedevo gli artisti salire sul palco a raccontare delle storie. Così ho comprato una chitarra e ho iniziato a cantare. Mi preparavo tutta la settimana e la domenica mettevo su uno spettacolo per i miei nonni; poverini, all'inizio non ero affatto bravo. Poi però ho studiato canto, sia a scuola sia per strada, e sono migliorato. Nel 2020, unendo i miei risparmi a quelli dei miei genitori, ho costruito il mio studio in mansarda: lì, di notte, ho iniziato a sperimentare e ho trovato il mio suono. Oggi scrivo e produco da solo le mie canzoni».
Le sfide e i successi
Il percorso artistico non è mai una strada spianata, soprattutto quando decidi di esporti in prima persona in una realtà che sa essere spietata con chi prova a fare qualcosa di diverso. Il debutto arriva nel 2013, tra i banchi di scuola e i primi giudizi trancianti dei coetanei. «Nel 2013 ho fatto uscire il mio primo singolo "L'amore esiste": ho cacciato fuori la testa, con tutti gli onori e gli oneri del caso, anche se all'inizio mi sbeffeggiavano. La svolta vera è arrivata nel 2021, quando ho mandato in totale autonomia a Radio Deejay il mio primo brano firmato con lo pseudonimo Saitta, intitolato "Bedda". Quella è stata la prima volta che mi sono esibito a Riccione davanti a una piazza piena. Non era la solita fiera di paese o i piccoli locali della gavetta: lì, vedendo che non mi sono bloccato e che sono riuscito a tenere la scena, ho capito che potevo farcela davvero. È stata la mia consacrazione. Rudy Zerbi mi ha fatto tantissimi complimenti e io ho sentito di aver letteralmente "mangiato il palco". Anche se, all'epoca, ero ancora alla ricerca del mio pezzo radiofonico definitivo».
La svolta con "Malavogghia"
Eppure, nonostante le piazze piene e i complimenti degli addetti ai lavori, il peso delle porte chiuse in faccia si fa sentire. Solo 14 mesi fa, Christian era pronto a riporre la chitarra nella custodia, stavolta per sempre. A salvarlo è stata un'amicizia vera e un brano viscerale. «Stavo per lasciare la musica perché mi aveva dato troppo poco. Nessuno mi dava un motivo per pensare che potessi farcela; perciò mi ero chiuso in me stesso e non pubblicavo più nulla. Una sera mi sono visto con un mio amico con cui collaboro da sempre, Aliotho, una figura importantissima per me e con cui ho condiviso anche la convivenza a Milano. Gli ho confessato che volevo mollare tutto. Lui ha voluto ascoltare i miei ultimi brani inediti e, tra questi, c'era "Malavogghia". Sentendolo ha pianto, e mi ha detto che prima di chiudere con la musica avrei dovuto assolutamente pubblicare quel pezzo. Da quel momento la mia vita è cambiata: tantissimi siciliani mi hanno sostenuto e si sono riconosciuti nelle mie parole. Soprattutto chi vive lontano da casa, perché per i terroni come me, la distanza è davvero difficile».
Il manifesto di "Romantici terroni"
Da quel momento il legame con la propria terra e con chi è dovuto emigrare diventa il fulcro della sua produzione. Il 19 giugno 2026 esce il nuovo manifesto di Saitta, un brano che rivendica il diritto di inseguire i propri desideri contro il cinismo del mondo circostante. «"Romantici terroni", uscito il 19 giugno 2026, parla proprio di questo: di tutti i ragazzi che custodiscono un sogno e della guerra quotidiana che devi combattere contro chi quel sogno te lo vuole cannibalizzare, deridendoti e tacciandoti di immaturità. Questo pezzo è un manifesto dedicato alla trincea di chi continua a crederci. Perché là fuori la gente parla, parla, giudica e stronca. Ma sognare, alla fine, resta l'unico vero atto di resistenza».
Ispirazioni e sogni futuri
Nelle sue vene scorre un cantautorato pop, urbano e viscerale, capace di unire la melodia a uno sguardo lucido e spietato sulla realtà sociale. «I miei riferimenti vanno da Stromae a Francesco De Gregori, fino a Fabrizio Moro, che amo visceralmente e considero il miglior cantautore oggi in Italia», spiega Christian. «In lui mi ci rivedo tanto: conoscerlo sarebbe un sogno e fare un featuring insieme è il mio grande desiderio. Ma mi ispira molto anche Aiello, con quelle sue sonorità tipicamente meridionali. Nelle mie canzoni non faccio sconti: riverso la vita reale, metto in scena i personaggi che ho incontrato e denuncio ciò che non funziona, come la tragedia di chi muore abbandonato in un letto d'ospedale».
Il cerchio, infine, si chiude dove tutto era cominciato: in quel febbraio del 2007, davanti alla televisione, a tenersi per mano con la nonna. Ma oggi c'è un'altra clessidra da sfidare, un traguardo che sa di promessa e che profuma di urgenza. «Sanremo resta il palco dei sogni. Il mio desiderio più grande? Salire su quel palco prima che mio nonno se ne vada. Ha ottant'anni, mi ha cresciuto. Devo vedermi lì».