Safety Check : social network et sentimento di sicurezza
Il sentimento di sicurezza è un sentimento paradossale: lo si avverte quando non lo si avverte affatto. Porne la questione basta già ad infrangerlo: in effetti, noi pensiamo di essere in sicurezza soltanto quando non ci pensiamo proprio. Non bisogna vederla, la sicurezza, per poterla sentire. Proprio per questo securizzare luoghi e infrastrutture (piazze, ponti, palazzi, stadi, stazioni, ecc.) con uno spiegamento più o meno massiccio di forze chiamate appunto di sicurezza, comporta spesso l’effetto opposto, e cioè l’inquietudine e la preoccupazione di tutti coloro che possono spontaneamente chiedersi: Perché c’è la polizia? Che succede?
La principale differenza tra l’accoglienza a bordo di un aereo e quella che si riceve su un treno si manifesta proprio al livello del sentimento di sicurezza: in aereo, ci vengono meticolosamente somministrate informazioni dettagliate (compresa la parola d’ordine per indicare un eventuale pericolo) sul comportamento da tenere in caso di ammaraggio, o di una qualsiasi situazione drammatica; in treno, il controllore ci chiede semplicemente di esibire il biglietto. Per questo motivo, il sentimento di sicurezza durante un tragitto in treno è superiore rispetto a quello di un viaggio aereo, ma probabilmente resta inferiore a quello di un viaggio in auto (perché è la nostra, e siamo noi a guidarla), anche se la mortalità stradale raggiunge cifre madornali.
Una cosa è sentirsi al sicuro, un’altra è esserlo davvero: le statistiche degli incidenti domestici dimostrano una volta di più come si possa essere, per così dire, tranquillamente in pericolo, anche rimanendo a casa.
Gli attacchi di Parigi e la funzione Safety Check
Venerdì 13 novembre, durante gli attacchi terroristici di Parigi, Facebook ha attivato la funzione Verifica dell’assenza di pericolo (Safety Check), influenzando profondamente il nostro modo di vivere l’evento. I comportamenti individuali e collettivi non sono soltanto reazioni postume, ma una vera appropriazione dell’evento stesso, che finisce per appartenerci.
Prima ancora di accorgermene, a casa con la mia compagna, dopo aver saputo degli attacchi (allo Stade de France, davanti al Carillon e a La Belle Équipe, e in particolare al Bataclan), avevo cercato su Messenger il mio amico Ignace, un dj che avrebbe potuto trovarsi lì. Ignace era a casa, e ci siamo rassicurati a vicenda. Poco dopo, su Facebook, ho scoperto di essere stato segnalato come "al sicuro" da Ignace Corso. Quando mia madre, mio fratello e altri parenti dall’Italia mi hanno chiamato, sapevano già della mia segnalazione, alleviando la loro paura—e di conseguenza anche la mia.
Rimanendo connesso, vedevo i miei contatti parigini segnalarsi uno dopo l’altro come al sicuro. Al contempo, mi preoccupavo per chi ancora mancava all’appello: Alessandra, Charlotte, Anatole. Facebook diventava il luogo in cui misurare l’impatto degli attentati sulle nostre esistenze, abitudini e relazioni. La funzione si dimostrava cruciale: solo Facebook poteva fornirmi informazioni in diretta sui miei contatti, dato che solo lì queste relazioni sono formalizzate.
Le istituzioni (come il Ministero degli Esteri italiano o il Consolato a Parigi) non hanno modo di conoscere la mia rete di conoscenze. Per lo Stato francese, sono un individuo registrato solo da pochi mesi, con una carte vitale. L’unico vincolo formale tra Italia e Francia, per me, è la convenzione fiscale per evitare la doppia imposizione. Le istituzioni ci configurano come individualità burocratiche, isolate nella loro astrazione autoreferenziale. Solo Facebook, replicando un paradigma panottico, riesce a identificarmi come parte di una rete, deducendo la mia identità dal mio social network.
Relazioni digitali e identità collettiva
La funzione Safety Check rimandava a me stesso, ai miei pensieri, ricordi e paure, ma anche ai nomi e ai volti delle persone che conosco. Come scrive Eric Méchoulan, il pensiero contemporaneo insiste sul fatto che le cose sono innanzitutto nodi di relazioni, movimenti rallentati fino a sembrare immobili. La nostra individualità si forma solo nell’ambito di una collettività.
L’informazione sullo stato di sicurezza arrivava anche a chi non abitava a Parigi, placando l’ansia di chi era lontano. "I vostri amici a Parigi stanno bene" era la notifica che giungeva ai miei contatti in Italia. Sapere che gli altri ci sapevano al sicuro riduceva la nostra inquietudine: ci risparmiava la preoccupazione di informare parenti e amici, e sventava l’angoscia per persone di cui non avevamo il numero o il cui nome ricordavamo a malapena.
Come scrive Frédéric Worms, pensare a qualcuno è un paradigma del nostro pensare: "Non posso pensare a qualcosa se non in rapporto a qualcuno... ma non posso neppure essere davvero con qualcuno senza condividere con lui almeno una cosa: la mia vita". Su Facebook, questa distanza tra pensiero e parola si riduce: i volti e i nomi nel palinsesto della home e nelle notifiche ci inducono a pensare (e parlare) agli altri in modo quasi automatico. L’interfaccia esteriorizza i nostri pensieri mentre li pensiamo, suggerendone di nuovi.
Bernard Stiegler osserva che la nostra psiche si plasma attraverso un apparato simbolico che non è solo nel cervello, ma nella società—negli altri cervelli in relazione con esso. Facebook, come social network più abitato al mondo, conforma la nostra intimità alla sua architettura relazionale. In circostanze come gli attentati di Parigi, diventa il soggetto autorizzato a produrre e fornire informazioni sensibili?
Stato, mercato e soluzioni politiche
Mentre Facebook attivava la Safety Check e Twitter si riempiva di testimonianze, il Ministero degli Interni francese proponeva una pagina austera per la deposizione di testimonianze online. Evgeny Morozov sottolinea che oggi non dobbiamo scegliere tra Stato e mercato, ma tra politica e non-politica: tra un sistema privato che si presenta come istituzionale (dove hacker, imprenditori e capitalisti rispondono automaticamente ai problemi sociali) e un sistema in cui si cercano soluzioni davvero politiche (definendo diritti e condizioni per cittadini, imprese e Stato).
Dovremmo assecondare le pratiche digitali della maggioranza, che hanno incoronato Facebook come piattaforma di riferimento?